Il paese delle mille e una sagra (di troppo)

Il paese delle mille e una sagra (di troppo)

Secondo un sondaggio della Coldiretti, sarebbero almeno 50 milioni di persone gli appassionati delle sagre che, ogni anno, si lasciano tentare da una forchettata e un bicchiere vino nelle piazze di tutta la penisola

Secondo un sondaggio della Coldiretti, sarebbero almeno 50 milioni di persone gli appassionati delle sagre che, ogni anno, si lasciano tentare da una forchettata e un bicchiere vino nelle piazze di tutta la penisola. La possibilità di scegliere cosa e dove andare ad assaggiare, poi, è senza limiti e non c’è giorno della settimana che tenga: dal lunedì alla domenica, in particolare nella bella stagione, dalle Alpi ai Nebrodi, da Aosta fino a Trapani, dal celeberrimo Festival del Prosciutto di Langhirano alla misconosciuta Sagra della passera ‘mbriaca nelle Marche, è tutto un ribollire di grandi, piccole e piccolissime manifestazioni che cercano di esaltare la grande tradizione enogastronomica del Belpaese.

Cercare di orientarsi in questo ginepraio di feste patronali, tavolate, kermesse, fiere ed eventi da Strapaese entrati ormai nel folclore tipicamente italiano è quasi impossibile. Chi ha provato a quantificarli si è fermato a 461 eventi specifici che ogni anno si tengono in tutte le regioni d’Italia, ma il calcolo è assolutamente approssimativo. Tra sagre e iniziative simili, il numero può arrivare anche a 3000 manifestazioni locali l’anno.

Una girandola di sapori e di aggregazione sociale, di convivialità; così come uno strumento importante di promozione che fa da leva per i flussi turistici e (in molti casi) per la preservazione delle tradizioni culturali legate al cibo e ai territori.Tuttavia il fenomeno delle sagre, inevitbilmente, ha anche un rovescio della medaglia. Non tutte le sagre che si svolgono oggi in Italia sono un inno al “buon gusto”. Tutt’altro. Il potenziale economico e commerciale legato a questi eventi, nel corso degli anni, ha portato a una proliferazione degenerativa, finendo per trasformare manifestazioni che dovrebbero valorizzare cibi, culture e territori, in mere occasioni per fare cassa (in nero) e drenare risorse pubbliche con l’avallo di amministratori locali compiacenti.

Quello delle “sagre tarocche” messe in piedi per lucro, in barba alla genuinità e alle tipicità, usurpando nomi e violando anche ogni elementare ragola del decoro, è diventato un cattivo costume praticamente impossibile da fermare. Una pratica selvaggia che finisce per penalizzare la vera cucina made in Italy e il turismo enogastronomico. Il senso delle sagre è, o dovrebbe essere, quello di promuovere la tipicità di un territorio che si riflette nella sua gastrocultura. Per una terra che produce una caratteristica specialità, facendone un elemento identificativo del suo stesso territorio, l’organizzazione di una sagra dedicata diventa un formidabile mezzo di marketing turistico e commerciale. Le piazze italiane invece pullulano di manifestazioni improvvisate, destagionalizzate e buone solo a spennare i malcapitati turisti e visitatori, dandogli in pasto pietanze congelate o provenienti dall’estero.

Consapevoli del valore strategico del circuito delle sagre, alcuni soggetti hanno redatto nel settembre 2010 un Manifesto della Sagra di Qualità nell’intento di contrastare le derive speculative. Il titolo di “Sagra” non può essere usurpato da invenzioni estemporanee, eventi seriali, manifestazioni speculative che si trasformano in “catering di piazza” senza garanzie sull’origine dei prodotti. La Sagra deve riferirsi ad un prodotto o ad una preparazione, ad un rito alimentare specifico della località e del territorio.

Il dilagare di sagre tarocche danneggia l’immagine delle centinaia di manifestazioni che, in tutta Italia, offrono agli appassionati ortaggi, prodotti ittici, formaggi artigianali, insaccati disponibili al consumo solo in occasione della sagra, ottenuti con metodologie antiche usualmente non più utilizzabili. La sagra autentica può anche consentire di accedere a luoghi speciali (di norma non accessibili ai turisti) legati alla produzione, alla trasformazione, al consumo dei prodotti locali; luoghi carichi di storia e di fascino che consentono di capire come e dove nasce un cibo “culturale”.

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